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domenica 13 novembre 2016

La Voce Dei Senior: ACCADE IN UN CENTRO ANZIANI DI MILANO

<Documenti appesi al muro vicino alla bacheca  spariti nel nulla, ma pur sempre presenti nella memoria dei frequentatori del Centro>


<ATTI SCOMPARSI DALL'ALBO ?>


CSRC" RICORDI" ASSEMBLEA ORDINARIA  2016


                                                                            VERBALE
CONSUNTIVO CON ALLEGATI


ELENCO SOCI -DOCUMENTI ALLEGATI AL CONSUNTIVO 2015




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mercoledì 8 giugno 2016

Stato di agitazione - Sciopero silenzioso dei Seni...






IUniScuoLa PENSIONATI

Via Olona,19
20123 MILANO


Telefono fisso 02 39810868-Telefono mobile 388 3642614




 
                COMUNICATO STAMPA

Stato di agitazione - Sciopero silenzioso


 


Lo IUniScuoLa Pensionati ha dichiarato lo stato di agitazione dei Senior soci  nei Centri Anziani convenzionati con il Comune di Milano.


La decisione è stata assunta a seguito segnalazioni al Coordinamento partecipanti Centri Anziani,da parte di cittadini ultracinquantacinquenni, della mancanza di informazione e rispetto DELLO STATUTO “ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE” e DELLA “CONVENZIONE TRA IL COMUNE DI MILANO


 


Il dettaglio dello sciopero silenzioso sarà pubblicato entro il 30 maggio 2016.


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martedì 31 maggio 2016

Sì o no a Milano Città Stato? Le risposte di 6 candidati sindaco in Triennale

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6 candidati sindaco hanno accettato l’invito dell’associazione Milano a confrontarsi su Milano Città Stato, lunedì 30 maggio al Salone d’Onore della Triennale. Si tratta di Maria Teresa Baldini, Marco Cappato, Gianluca Corrado, Nicolò Mardegan, Stefano Parisi e Luigi Santambrogio che hanno dimostrato come il tema della maggiore autonomia di Milano sia per loro una priorità, nonostante la diversità di pensiero.
E’ proprio questo che ha animato l’iniziativa organizzata dall’associazione Milano: unire le diverse parti politiche su un intento comune, per portare Milano a poter essere all’altezza delle migliori europee.

COME E’ NATO IL PROGETTO DI MILANO CITTA’ STATO

Nell’introduzione dell’evento sono state ricordate le origini del progetto. Tutto è nato all’interno di Vivaio, associazione fondata nel 2012, aperta a persone di ogni idea o pensiero politico, accomunate dal desiderio di rendere Milano una città leader a livello internazionale. In questi anni Vivaio si è dedicata a supportare progetti visionari per la città, come il Parco Orbitale, lo Scooter Sharing, il museo diffuso o il bosco immobile, e alla fine del 2014 per la prima volta si è deciso di immaginare anche un progetto con ricadute politiche. La domanda è stata: che progetto politico potrebbe portare Milano all’altezza delle migliori città europee?
milano citta stato conferenza triennale 30 maggio 2016
milano citta stato conferenza triennale 30 maggio 2016

L’IMPORTANZA DELL’AUTONOMIA

Per la risposta è bastato dare un’occhiata a cosa accomuna le migliori città d’Europa: l’autonomia. Hanno tutte ampi margini di autonomia concessi dagli stati di cui fanno parte. In particolare sono città stato, nel senso che hanno uno status da regione che consente loro di interfacciarsi direttamente con il governo nazionale. Questo vale per Madrid che è comunità autonoma, per la grande Londra, grazie al referendum del 1998, per Berlino, che è città stato, così come Brema, Vienna o Amburgo, la seconda città tedesca per popolazione, in cui anche grazie all’autonomia c’è il più alto reddito pro capite della Germania.
In tutti gli stati europei ci si è accorti che ormai le grandi città internazionali competono tra loro e per questo occorre dare loro maggiore autonomia per poter competere ad armi pari. Questa esigenza c’è anche per Milano: è evidente che un giovane o un’azienda oggi lasciano Milano per andare a Dublino, Londra o Berlino, ma sempre più di rado lo fanno per trasferirsi in altre parti dell’Italia.
In tutti gli stati ci si è accorti che dare più autonomia alle loro città migliori non solo rinforza quelle città, ma rinforza anche l’intero stato. Per questo il progetto di Milano Città Stato si pone l’obiettivo di rilanciare Milano ma costituendo anche un laboratorio che sia di stimolo per il nostro Paese che da decenni sta perdendo terreno in Europa.
Così da Vivaio è nata l’associazione Milano che si occupa di portare avanti il progetto di Milano Città Stato. E visto che si tratta di un progetto che necessita condivisione tra le diverse parti e politici che poi possano attuarlo, per questo ha invitato tutti i candidati sindaco, con la speranza che in nome del futuro di Milano potessero per un momento abbandonare divisioni e strumentalizzazioni della campagna elettorale per condividere una visione comune.
E’ stato anche invitato sul palco Corrado Passera che condivide il percorso dell’associazione e che anche se si è sfilato dalla sfida elettorale, ha dichiarato di voler dare il suo apporto per questa iniziativa per la città di Milano.

SI O NO A MILANO CITTA’ STATO: LE RISPOSTE DEI CANDIDATI SINDACO

All’invito hanno risposto 6 candidati di diversi schieramenti politici. Un settimo, Basilio Rizzo, doveva partecipare ma ha dovuto dare forfait all’ultimo, inviando un delegato.
Prima dell’intervento di 7 minuti di ciascun candidato presente, Marilisa D’Amico, docente ordinario di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano, ha illustrato tutti i modi concessi dalla nostra Costituzione che consentono a Milano di arrivare allo status di Regione, modificando anche le caratteristiche previste per le regioni attuali, un po’ come successo a Londra o a Berlino che a suo parere costituisce l’esempio più auspicabile per la nostra città.
A questo punto inizia in stile TED la proclamazione di intenti dei candidati. Ecco cosa hanno risposto.

GLI INTERVENTI IN SINTESI

L’unico candidato donna, Maria Teresa Baldini (Fuxia People), ha dichiarato: “Sì per una Milano città Stato ma intesa come valore per la gente”.
Marco Cappato (Radicali) sostiene che “La Forza di una città sia nell’apertura. Non si può rischiare di finire in una trappola del regionalismo e dello statalismo che hanno affossato le nostre regioni. Sì a una città autonoma ma con condizione. Non sull’attuale modello di chiusura burocratica”.
Per Gianluca Corrado (Movimento 5 Stelle) “Le 14 città metropolitane sono strutture vuote perché non hanno sufficienti conferimenti statali. Milano merita un’autonomia maggiore”.
Nicolò Mardegan (NoixMilano) è stato netto: “La politica è morta e Milano cerca di ricostruirla ed è l’unica città che trascina la Nazione”, dichiarando “Sì per la città Stato per liberare Milano dagli avvoltoi dei Palazzi romani”
Per Stefano Parisi (centrodestra) “Il modello deve essere di maggiore autonomia fiscale. Sì, ma con una chiara idea di cosa sia l’autonomia”.
Luigi Santambrogio (Alternativa Municipale) dice “Sì alla città Stato (…) ma restituendo ai cittadini il rispetto per la cittadinanza”.
Alla fine di ogni intervento ogni candidato doveva firmare SI o NO a Milano Città Stato. Risultato? Hanno tutti sottoscritto il SI a una Milano che abbia lo status di regione, come consentito dalla Costituzione e come lo sono le migliori città europee.

L’IMPEGNO FUTURO DELL’ASSOCIAZIONE MILANO (E DI MILANOCITTASTATO.IT)

associazione milanoAnche alla luce dei risultati emersi, i lavori si sono conclusi riaffermando l’impegno dei padri fondatori dell’associazione Milano, una trentina erano presenti in sala, di proseguire il percorso intrapreso, per costituire un gruppo di lavoro che unisca le diverse parti politiche per proporre alla prossima giunta un progetto di autonomia per Milano. Autonomia vera, in tutto e per tutto come una regione. Con quei poteri previsti dalla Costituzione Milano dimostrerà di farne un uso buono e responsabile di fronte a tutta la nazione. E l’associazione Milano non mollerà fino al risultato.
Perché il bene di Milano sarà sempre al di sopra degli interessi di una singola parte politica.


Mobilità e ambiente, le risposte dei candidati Sindaco di Milano a Genitori Antismog - ECO dalle CITTA'

  Immagine: Mobilità e ambiente, le risposte dei candidati Sindaco di Milano a Genitori Antismog 
Estensione Area C, gratuita mezzi pubblici fino ai 14 anni, lotta alla sosta abusiva, nuove pedonalizzazioni, Zone 30, trasformazione dei cavalcavia ... Le risposte di 5 dei 9 candidati Sindaco di Milano a Genitori Antismog
30 maggio, 2016
Dopo che a inizio maggio i Genitori Antismog hanno pubblicato 12 domande con le quali invitavano i candidati e le candidate alla carica di sindaco di Milano ad esprimersi su altrettanti punti che vanno dall’estensione di AreaC, all’introduzione del limite di 30 km/h in tutta la città, dalla creazione di vere corsie preferenziali ad una vera lotta alla sosta selvaggia, a pochi giorni dall'appuntamento elettorale sono arrivate le risposte di 5 candidati sindaci (in totale i candidati, con relative liste di sostegno, sono 9) fra cui i due maggiori contendenti Sala e Parisi, oltre a Corrado, Cappato e Santambrogio.
“Eravamo preoccupati, perché un tema purtroppo molto importante per Milano come lo smog era praticamente assente nel dibattito elettorale, per questo quindi abbiamo fatto domande precise e dirette ai candidati”, ha dichiarato Marco Ferrari, presidente dei Genitori Antismog, che aggiunge "Ci fa quindi piacere vedere che finora ben 5 candidati abbiano dedicato del tempo per dare delle risposte dettagliate alle nostre domande. Ci auguriamo che il futuro sindaco e il futuro consiglio comunale abbiano fra le loro priorità la lotta allo smog e al traffico".

I Genitori Antismog hanno quindi pubblicato le risposte sul loro sito (http://www.genitoriantismog.it/articoli/news/2016/05/12-domande-sindaco-risposte) in modo che i cittadini possano informarsi su come la pensano i candidati su questi importanti temi che riguardano soprattutto la qualità della vita e nei prossimi giorni daranno evidenza alle singole risposte tramite i loro canali social.

Come era prevedibile l'estensione di AreaC è l'argomento che crea più divisioni fra gli schieramenti, con Parisi che sostiene "il provvedimento di AreaC non aver raggiunto risultati soddisfacenti" e propone quindi di "studiare soluzioni alternative" mentre per Sala "Area C è stata un successo di cui andare orgogliosi". Corrado propone la trasformazione di AreaC in una ZTL.Fra le varie risposte Corrado del M5S propone "la pedonalizzazione di corso Buenos Aires e apposite Zone 30 (che però già esistono, NdR), così come apposite zone 70 sulle arterie di scorrimento"; Parisi, per la coalizione di centrodestra, dichiara guerra alla sosta abusiva senza mezzi termini: "Siamo per la legalità e in questo senso non sarà tollerata alcuna forma di sosta illegale"; interessante la proposta di Sala della coalizione di centrosinistra per "un vero piano di mobilità scolastica, per scuole (e bambini) liberi dalle auto".
Con riferimento alla regia metropolitana per i trasporti pubblici Cappato dei Radicali propone "la realizzazione della Metro 6, un nuovo passante ferroviario a ovest, e la pedonalizzazione del centro". Luigi Santambrogio, di Alternativa Municipale, ex-presidente regionale di Italia Nostra, rivendica che nelle sue liste sono candidate le persone che "avevano proposto la città a 30 km/h sin dal 2003 e che dal 2010 l'hanno sostenuta in tutte le sedi istituzionali e pubbliche".
Interessante la convergenza dei 5 candidati su due proposte care ai Genitori Antismog. Tutti hanno espresso, chi più chi meno, grande apertura all'idea di trasformare in giardini pensili i cavalcavia Serra-Monteceneri e Corvetto. E inoltre tutti i candidati si sono detti favorevoli al semplificare la giungla tariffaria oggi prevista per bambini e ragazzi introducendo, o quanto meno a valutare, la gratuità per i mezzi pubblici per tutti i cittadini dai 6 ai 14 anni.
"Questa inaspettata convergenza ci fa molto piacere", ha commentato Francisca Parrino, responsabile del progetto dei Genitori Antismog "Siamo nati per camminare", rivolto alle scuole primarie: "Noi sono ormai 5 anni che chiediamo che i bambini e i ragazzi fino a 14 anni possano avere la loro tessera nominale, gratuita, in modo che siano sin da piccoli abituati all'uso dei mezzi pubblici, oltre che a rappresentare un incentivo per le famiglie a spostarsi in città coi mezzi invece che con l'auto".
I Genitori Antismog, vista questa unità d'intenti, si augurano che questo provvedimento possa essere preso nei primi 100 giorni da parte della nuova giunta, di qualunque colore essa sia.
Per visionare tutte le risposte è possibile consultare la pagina dedicata:
http://www.genitoriantismog.it/articoli/news/2016/05/12-domande-sindaco-risposte
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Respiriamo 840 volte ogni ora. Giovedì 17 (ore 18.00) Cittadini per l'Aria incontra i milanesi
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mercoledì 2 marzo 2016

CALDARA, Emilio



CALDARA, Emilio. - Nato il 20 genn. 1868 a Soresina (Cremona) da Pietro e da Carolina Ferrari, di modeste condizioni, studiò a Pavia nel collegio Ghislieri laureandosi in giurisprudenza (tesi su "Il concetto di libertà nell'ordine economico"). Nel dicembre 1891 si trasferì a Milano, impiegandosi come segretario della Società per la pace di E. T. Moneta e facendo pratica in uno studio notarile. Intrapresa ben presto la professione legale, iniziò anche la sua milizia socialista, legandosi a Turati e Bissolati, collaborando al quotidiano La lotta di classe e, nel 1893, alla Critica sociale, e subendo, nel dicembre 1894, una condanna a tre mesi di confino a Modena. Nel 1896 partecipò al congresso di Firenze sottoscrivendo - con Lazzari, Prampolini e Agnini - la proposta di riorganizzare il partito sulla base dell'adesione personale e divenendo corrispondente da Milano del neofondato Avanti!.Nel settembre 1897, al congresso di Bologna, deplorò i limiti della propaganda socialista fra i contadini e i piccoli proprietari, e prese parte alla discussione sul programma minimo in campo amministrativo. Da allora, l'interesse per i problemi politico-amministrativi divenne per lui dominante, sì da esserne l'esperto del partito.

Durante la reazione del '98 fu condannato a tre anni di carcere e mille lire di multa, ma riuscì a fuggire riparando a Lugano, dove collaborò alla stesura dell'opuscolo (pubblicato a Lugano e diffuso in Italia con il falso frontespizio A. Manzoni. I promessi sposi e titolo interno: La storia di un delitto. A difesa della verità), che era l'interpretazione ufficiale socialista dell'origine dei moti e del loro svolgimento. Ritornato a Milano con l'amnistia, si impegnò nella formulazione e nella divulgazione del programma socialista per le elezioni amministrative.
Nell'articolo Teoria e pratica dei servizi pubblici comunali (Critica sociale, 1ºdic. 1899), il C. sosteneva che i socialisti dovevano adoperarsi per estendere le funzioni del comune, soprattutto nel settore dei servizi sociali e dell'assistenza, e per una riforma dei tributi locali che sostituisse alle imposte indirette un'imposta diretta e progressiva. In questa prospettiva, la municipalizzazione dei pubblici servizi avrebbe sottratto ai monopoli privati la gestione di beni di prima necessità e fornito alle finanze comunali nuove entrate. Circa la tattica elettorale il C., che al congresso regionale si era dichiarato contrario alla lista comune con gli altri partiti democratici, acconsentì alla politica di unione popolare in considerazione della particolare sitùazione nazionale e locale.
Il 10 dic. 1899 risultò eletto con 18.236 voti di preferenza. Nel gruppo consiliare socialista, che sostenne dall'esterno la giunta Mussi, il C. si distinse come membro delle commissioni per i bilanci.
Nel dicembre 1900 si adoperò per l'istituzione della refezione scolastica; nel marzo 1903 presentò un ordine del giorno, approvato dopo una viva opposizione, per la costruzione di case operaie da parte del comune; nel luglio seguente fece approvare il progetto di un forno consorziale. Ma si fece anche portavoce delle riserve dei socialisti alla politica finanziaria della giunta; in particolare nella discussione sul bilancio del 3 genn. 1901, criticò il ricorso al prestito come principale strumento finanziario.
Il tentativo del C. di stimolare la giunta verso una politica di rinnovamento aveva però incontrato opposizioni nel partito, divenute più vivaci con l'aggravarsi del dissidio fra riformisti e rivoluzionari. Il C., schieratosi con la corrente riformista, il 24 luglio 1901 si era separato - con Turati e Treves - dalla federazione del P.S.I. dando vita all'Unione socialista milanese. Da allora si adoperò per l'autonomia del gruppo consiliare socialista, di cui era divenuto segretario, contro la Commissione esecutiva del partito. La rottura fu evitata nelle elezioni parziali del luglio 1902, poi nel 1903 durante la polemica sul problema delle case operaie. Queste situazioni, e le resistenze dei radicali al progetto di municipalizzazione dell'energia elettrica, limitarono l'azione del C. anche dopo la partecipazione socialista alla giunta Barinetti. Dimessasi questa, egli non si presentò alle elezioni del gennaio 1905 ma continuò, in altre sedi, l'opera di rinnovamento e di potenziamento degli enti locali.
Già nell'ottobre 1901 aveva partecipato alla fondazione dell'Associazione dei comuni italiani, che si proponeva la difesa dell'autonomia comunale contro le autorità tutorie e la riforma dei tributi locali, divenendone poi segretario. Dal marzo 1902 aveva assunto la direzione del bollettino L'autonomia comunale, che conservò anche dopo il 1906, quando divenne una rivista mensile: dalle sue colonne - come già prima e in seguito con altri scritti - teorizzò sul piano storico e giuridico la natura peculiarmente autonoma del comune, associazione popolare antecedente allo Stato, suscettibile di trasformazioni genuinamente democratiche e potenziale centro di potere avverso agli organismi delle classi dominanti.
Nello stesso periodo il C. ritornò con successo alla professione e alla scienza giuridica, pubblicando la Interpretazione delle leggi (Milano 1908) dove, pur tenendo ferma la necessità di tutelare la certezza della legge da ogni arbitrio, dava risalto al momento dell'interpretazione e ne indicava le norme. Nelle elezioni parziali del giugno 1910 si presentò con successo nella lista autonoma del partito, e di nuovo, continuando il gruppo consiliare socialista di Milano la tattica intransigente, in quelle del 22 genn. 1911. In Consiglio criticò aspramente la politica tributaria della giunta Greppi, denunciando il disavanzo lasciato dalle precedenti amministrazioni, i metodi proposti per sopperirvi, i limiti della tassa di famiglia, e rilanciò il programma socialista di larghe municipalizzazioni.
Ad Ancona, al congresso del P.S.I. dell'aprile 1914, l'intervento del C. ebbe gran peso nell'orientare le scelte politiche. Egli proclamò la necessità di adottare nelle elezioni amministrative la tattica intransigente, già sperimentata con successo a Milano, la sola che consentisse la trasformazione dei comuni "in organi di conquista delle rivendicazioni proletarie", in un nuovo strumento "di guerra del proletariato contro la borghesia": solo se gestite esclusivamente dai socialisti, le municipalizzazioni sarebbero valse ai lavoratori, evitando la degenerazione burocratica e la quotidiana collaborazione di classe. Questa linea venne approvata dal partito e adottata per le successive elezioni amministrative del 14 giugno 1914 per le quali il C. si presentò a Milano.
Nel corso della campagna elettorale, venne esposto un programma molto vasto: riassetto tributario e finanziario del comune mediante l'aumento delle imposte dirette e la graduale abolizione delle imposte indirette; decentramento tecnico ed amministrativo del sistema ospedaliero; municipalizzazione delle traravie con criterio di gestione industriale e con la compartecipazione del personale all'esercizio e agli utili; costruzione da parte del comune di case popolari; miglioramento ed estensione dei servizi pubblici; risanamento igienico ed edilizio della città; municipalizzazione degli asili infantili; avocazione al comune ed accrescimento delle opere integratrici della scuola primaria; sviluppo della cultura popolare; controllo igienico delle fabbriche e delle abitazioni; riorganizzazione degli uffici comunali e miglioramento delle condizioni del personale; presidio e tutela della classe lavoratrice.
Vinte clamorosamente le elezioni, il 18 giugno il C. divenne il primo sindaco socialista di Milano. Subito, per limitare gli effetti della crisi, il 4 luglio istituì l'Ufficio del lavoro; ma lo scoppio della guerra lo pose di fronte a difficoltà e compiti inattesi.
Anticipando le direttive del governo, intraprese un'organica politica di difesa dei consumatori: il 6 agosto la giunta impose il calmiere sui generi di prima necessità, il 13 e il 28 agosto stanziò la somma di L. 800.000 per l'acquisto di grano. Al tempo stesso aprì una sottoscrizione per un fondo d'assistenza ai disoccupati, e varò un vasto piano di lavori pubblici: il macello e mercato del bestiame, il tubercolosario di Garbagnate, la deviazione dell'Olona, l'abbattimento di un settore dei bastioni, la realizzazione della città degli studi.
In Consiglio, l'11 settembre, il C. enunciò i suoi criteri di condotta davanti alla minaccia. della guerra: un costante impegno perché le ripercussioni belliche non pesassero sulle classi meno abbienti e la massima fermezza nel "concorrere efficacemente a mantenere la neutralità italiana", pur garantendo che, "ove gli avvenimenti volgessero a minacciare l'integrità e la vitalità nazionale, sapremmo dimostrare di non essere ad altri secondi nell'adempimento di altri doveri". Il C. aderì sempre alla neutralità assoluta sostenuta dalla direzione del partito; quando esplose il "caso Mussolini", tentò di limitare la portata del dissidio, ma si limitò poi a chiedere alla direzione del P.S.I., a nome del gruppo consiliare milanese, di promuovere un'inchiesta prima di deciderne l'espulsione. Del resto, nei mesi successivi, tanto più con l'entrata in guerra dell'Italia, egli fu assorbito dai compiti amministrativi.
La giunta, impegnata nella politica annonaria, nell'assistenza agli emigrati rimpatriati, nell'opera di sussidio alle organizzazioni dei lavoratori, stabilì, nel preventivo per il 1915, un aumento della sovraimposta fondiaria che scatenò l'opposizione della minoranza e dei proprietari di case e che venne infine ridotto dal Consiglio di Stato. Dopo la dichiarazione di guerra, il 24 giugno il C. in veste di sindaco costituì un Comitato centrale di assistenza, da lui presieduto, a cui collaborarono le maggiori personalità cittadine di ogni partito e che agì efficacemente nel corso della guerra, meritando anche il plauso del governo e dei più autorevoli interventisti. Le opposizioni risorsero contro il progetto di municipalizzazione dei forni e di istituzione di mulini e silos municipali, presentato sul finire del 1915 e poi affossato dalla Giunta provinciale amministrativa. Nell'agosto 1916, sull'esempio bolognese, creò un Ente autonomo dei consumi per garantire l'approvvigionamento dei generi di prima necessità a prezzi di calmiere, e nell'agosto 1917 l'iniziativa fu perfezionata con l'istituzione di un'Azienda consorziale annonaria autonoma, sostenuta dal comune, dalle cooperative e dalle istituzioni di beneficenza. A partire dal 1917, il C. municipalizzò il servizio traniviario urbano, cardine del suo programma. L'autorità tutoria, tuttavia, continuò ad opporsi alla sua politica finanziaria mirante a sopperire alle cresciute spese sociali con inasprimenti dell'aliquota della sovraimposta fondiaria; dal canto loro i partiti interventisti milanesi, in occasione della visita di Boselli nell'ottobre 1916, tentarono di provocare la destituzione della giunta "neutralista".
La politica del C. divenne però oggetto, nel partito, di polemiche sempre più scoperte, prima per le accoglienze a Salandra nella sua visita a Milano del novembre 1915, poi per la collaborazione con tutte le forze politiche nei comitati di assistenza.
Al secondo congresso nazionale delle amministrazioni comunali e provinciali socialiste (Bologna, 16-17 genn. 1916), che sancì la fondazione della Lega dei comuni socialini, e a cui egli intervenne in qualità di presidente, la sua attività presso l'Associazione dei comuni fu oggetto di contrastanti giudizi, e la sua presenza in entrambi gli organismi provocò un commento polemico dell'Avanti!. La circolare di Lazzari del 12 ott. 1917, che proponeva ai sindaci di rassegnare in massa le dimissioni, non trovò consenziente il C.; dopo Caporetto, si rafforzò in lui la convinzione che le amministrazioni socialiste dovessero rimanere al loro posto per proteggere i propri amministrati e assistere i profughi. Dal canto suo, col manifesto del 1º novembre e con l'intervento al Consiglio del 29 seguente, invitò i Milanesi a sostenere con calma e fiducia la resistenza dei soldati, che rappresentava" - quali che fossero dell'invasione le cause e le responsabilità - insieme difesa della Nazione e delle condizioni necessarie alla lotta di classe e presa di posizione disapprovata da Lazzari e dalla direzione socialista.
Le dimissioni rassegnate dalla Commissione per il dopoguerra, nell'agosto 1918, ridussero per qualche tempo i contrasti. Si aggravarono invece col 1918, per il costante aumento dei prezzi e il proporzionale calo del livello reale delle entrate, le difficoltà economiche e finanziarie della giunta, chedovette rinunciare alla costruzione diretta di case popolari e ricorrere all'aumento della tariffa tramviaria per far fronte all'indennità di caroviveri al personale. Al congresso socialista di Roma, del settembre 1918, le polemiche contro il C. riaffiorarono nuovamente. Il 4 novembre palazzo Marino fu assalito dagli interventisti che richiedevano le sue dimissioni. Sostenuto da manifestazioni di simpatia popolare, egli riprese l'attività per temperare gli effetti della guerra e favorire la ripresa economica, soprattutto nel settore edilizio; ma i limiti imposti all'attività del comune e le difficoltà di bilancio non gli consentirono se non iniziative indirette.
Allo scoppio dei tumulti per il caro viveri, il 6 luglio 1919, impose un ribasso del 50% sui prezzi dei generi di prima necessità, sollecitando F. S. Nitti a imporre un analogo calmiere statale; in Consiglio, il 19settembre, criticò aspramente la politica governativa dei consumi che vanificava le iniziative locali. Intanto, al congresso dei comuni socialisti, tenutosi a Milano nell'ottobre 1919, fece approvare un ordine del giorno che richiedeva, tra l'altro, per i comuni l'abolizione della tutela economica e una tutela giuridica esercitata da un organo tecnico con rappresentanze popolari. Nei primi mesi del 1920varò una serie di progetti di largo respiro: la costruzione di case popolari e del porto di Milano, l'istituzione dell'Ente autonomo della Scala, il decentramento degli uffici comunali. Durante la discussione del bilancio preventivo per il 1920, tuttavia, la giunta non poté tacere sulla preoccupante situazione finanziaria e il disavanzo. Nello stesso tempo, veniva di giorno in giorno a mancare al C. l'appoggio del partito, mentre aumentava l'aggressività fascista. Al congresso delle frazione riformista di Reggio Emilia, nell'ottobre, il C. trasse le conseguenze dalla situazione, rinunciando a riproporsi come sindaco. Ritornò sulla decisione pochi giorni dopo, all'annuncio della costituzione di un ampio blocco d'ordine, per non indebolire la lista socialista. Alle elezioni del 7 novembre riuscì primo eletto nella lista vincente del P.S.I.; fermo nel suo proposito, lasciò la carica di sindaco ad A. Filippetti, e lasciò il Consiglio comunale di Milano dopo l'esito delle elezioni politiche del 15 maggio 1921, in cui venne eletto deputato.
Alla Camera, il 28 luglio, attaccò la politica interna del governo Bonomi, invocando un'imparziale protezione dalle violenze fasciste, e la politica economica e finanziaria della ricostruzione, chiedendo una estensione delle funzioni dello Stato. Il 1º agosto, con una mozione, invitava il governo a provvedere urgentemente alla vita finanziaria degli enti locali; il 6 dicembre perorava la causa delle numerose amministrazioni disciolte, e difendeva contro gli attacchi fascisti la continuità dell'operato socialista a Milano.
Il 4 ott. 1922seguì il gruppo riformista espulso, e partecipò alla fondazione del Partito socialista unitario. Pochi giorni dopo si recò a Vienna per prendere contatti con l'Internazionale di Adler, da cui attendeva una rinascita socialista e "una vindice tutela di tutte le patrie". Rieletto deputato il 6 apr. 1924, partecipò col suo gruppo alla secessione aventiniana, pronunciandosi, nel giugno '25, per il definitivo ritiro dall'aula. Disciolto il P.S.U. alla fine del 1925, il C. subì nel 1926 una perquisizione domiciliare: trovato in possesso di vecchie armi, subì una condanna. Intanto, il governo fascista lo faceva decadere da deputato il 9 nov. 1926. Il C. fece parte del comitato incaricato di organizzare il nuovo Partito socialista dei lavoratori italiani; durante il ventennio fascista, tuttavia, si tenne in disparte dall'attività politica, dedicandosi prevalentemente alla professione. Nell'aprile 1934 ebbe una vasta eco l'udienza datagli da Mussolini, con cui discusse un progetto di rivista dedicata ai problemi del lavoro; l'iniziativa, criticata aspramente sia dagli antifascisti sia da Farinacci, non ebbe però seguito.
Il C. morì a Milano il 31 ottobre del 1942.
Del C., oltre agli scritti citati, si ricordano: Ancora sul progetto del Codice penale svizzero, Firenze 1899; Lo scabinato nel Canton Ticino, Firenze 1899; Per l'autonomia dei Comuni, Milano 1900; I Comuni italiani contro le spese per i servizi di Stato, Milano 1905; Le basi moderne dell'autonomia comunale, Roma 1906; Il Comune e la sua amministrazione, Milano s.d.; Nel Comune socialista. Manuale per gli amministratori degli enti locali, Milano 1920; Impressione di un sindaco di guerra, Milano 1924.
Fonti e Bibl.: Roma, Arch. Centr. dello Stato, Casellario polit. centrale, 944; L'auton. comunale, anni 1902-1908, passim; Avanti!, anni 1914-1920, passim; La Giustizia, ottobre 1922-dicembre 1925, passim; Il Tempo, 1899-1911, passim; Critica sociale, 16 febbr. 1893, pp. 52 ss.; 16 giugno 1893, pp. 190 s.; 1º dic. 1899, pp. 314 ss., e passim; Lotta di classe, 8-9 dic. 1894, 5-6 genn. 1895, 11-13 luglio 1896, 25-26 sett. 1897, e passim; Atti del Comune di Milano, annate 1899-1920, passim;P.S.I. - Federazione milanese, I casi di Milano. Memoriale alla direzione del Partito e ai compagni d'Italia, Milano 1903, pp. 10 ss., 23 ss., 27-31, 34; Direzione del P.S.I., Resoconto stenografico dell'XI Congresso nazionale del P.S.I., Milano 21-25 ott. 1910, Roma 1911, pp. 163, 286; XII Congresso nazionale dell'Associazione dei Comuni italiani, Milano 1913, pp. 3-31, 77 s.; Direzione del P.S.I., Resoconto stenografico del XIV Congresso nazionale del P.S.I. (Ancona 26-29 apr. 1914), Città di Castello 1914, pp. 46, 104 ss., 178 ss.; Comune di Milano, Comitato centrale di assistenza per la guerra, Relazione al 31 gennaio 1916, Milano 1916; Direzione del P.S.I., Resoconto stenografico del II Congresso nazionale delle Amministrazioni comunali e provinciali socialiste (Bologna, 16-17 genn. 1916), Biella 1916, pp. 8, 22-29, 61, 65-68, 71, 269 ss.; Direzione del P.S.I., Resoconto stenografico del XV Congresso nazionale del P.S.I. tenuto in Roma l'1-5 sett. 1918, Roma 1919, p.163; Comune di Milano, Sei anni di amministrazione socialista. 3 luglio 1914-3 luglio 1920, Milano 1920; Direzione del P.S.I., Resoconto stenografico del Congresso dei Comuni socialisti, Milano 1920, pp. 5 ss., 21, 31-59, 134; Relazione del gruppo parlamentare socialista al Congresso di Milano, Roma 1921, pp. 41, 54; Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, legislatura XXVI, tornata del 28 luglio 1921, pp. 801 ss.; 1º ag. 1921, pp. 1069 ss.; 6 dic. 1921, pp. 2111 ss., e ad Ind.;legislat. XXVII, ad Indicem; A.Schiavi, Quattordici mesi di amministrazione socialista nel Comune di Milano, in Critica sociale, 1º-15 ott. 1915, pp. 294-301; Id., Quattro anni di amministraz. socialista in Milano, ibid., 16-31 luglio 1918, pp. 163-66; 1º-15 ag. 1918, pp. 178-180; Filippo Turati attraverso le lettere di corrispondenti (1880-1925), a cura di A. Schiavi, Bari 1947, pp. 194-197; F. Turati-A. Kuliscioff, Carteggio, I, Maggio 1898-giugno 1899, Torino 1949, p. 411; V, Dopoguerra e fascismo (1919-22), ibid. 1953, ad Indicem;VI, Il delitto Matteotti e l'Aventino (1923-25), ibid. 1959, ad Indicem;R.Michels, Storia critica del movim. social. ital., Firenze 1926, pp. 194, 300, 380 ss., 384, 432; A. Malatesta, I socialisti italiani durante la guerra, Milano 1926, pp. 37, 47, 162, 164, 180, 195, 198 s.; E. Gonzales-A. Greppi, In memoria di E. C. primo sindaco socialista di Milano, Milano s.d.; C. Silvestri, Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, Roma 1947, pp. 31 ss., 157-159; L. Albertini, Venti anni di vita politica, I, 1, Bologna 1950, p. 22; I, 2, pp. 272, 302; II, 1, ibid. 1951, p. 554; II, 2, ibid. 1952, pp. 61, 518; II, 3, ibid. 1953, pp. 345 ss.; R. Colapietra, L. Bissolati, Milano 1958, pp. 39, 62, 66, 137; Id., Il Novantotto. La crisi politica di fine secolo, Milano 1959, pp. 58, 60, 86, 198, 219; L. Salvatorelli-G. Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, Torino 1959, pp. 19, 30, 360, 846; L. Ambrosoli, Né aderire né sabotare. 1915-1918, Milano 1961, ad Indicem;L. Valiani, Il partito socialista italiano nel periodo della neutralità. 1914-1915, Milano 1963, pp. 54, 56, 67; R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino 1965, pp. 198, 268, 281, 292, 575, 654; Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere, ibid. 1966, p. 83; Id., L'organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, ibid. 1968, p. 142; N. S. Onofri, La grande guerra nella città rossa, Bologna 1966, pp. 170, 255, 336, 342; F. Nasi, Ilpeso della carta, Bologna 1966, pp. 147, 152 ss., 156, 169, 174 s.; Id., 1899-1926: Da Mussi a Mangiagalli, Milano 1969, pp. 71-87, e passim;F.Mafera, Il Comune in grigio-verde, in Città di Milano, LXXXV (1968), n. 11; P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, II, Torino 1969, p. 175; C. Cartiglia, I fiancheggiatori del fascismo: l'episodio Caldara del 1934, in Rivista di storia contemporanea, II (1973), pp. 374-388.
CALDARA, Emilio: CALDARA, Emilio. - Nato il 20 genn. 1868 a Soresina (Cremona) da Pietro e da Carolina Ferrari, di modeste condizioni, studiò a Pavia nel collegio Ghislieri laureandosi in giurisprudenza (tesi su 'Il concetto di libertà nell'ordine economico'). Nel dicembre 1891 si trasferì a Milano, impiegandosi come segretario della Società per la pace di E. T. Moneta e facendo pratica in uno studio notarile

venerdì 26 febbraio 2016

Milano. Besostri disponibile a candidarsi a sindaco


Felice Besostri, l’avvocato anti-Italicum, ha dato la propria disponibilità a candidarsi a sindaco di Milano. L’iniziativa nasce da una richiesta partita da ambienti laici della sinistra socialista alla quale Besostri ha deciso di aderire e “rappresenta anche una risposta all’ipotesi di una candidatura di Curzio Maltese di cui si parla oggi sul Manifesto”, spiega lo stesso Besostri. “L’idea – aggiunge – è quella di costruire una lista di sinistra, ovviamente diversa da quella che sosterrà Giuseppe Sala, in cui confluiscano liste civiche, comitati di quartiere la componente socialista di sinistra, Rifondazione comunista, Sinistra italiana”.
Ex senatore, avvocato, Besostri è stato prima protagonista della battaglia, vinta, contro il Porcellum, poi ‘bocciato’ dalla Consulta, e ora è capofila dell’iniziativa contro l’Italicum, la nuova legge elettorale, impugnata di fronte a 17 tribunali italiani: è di due giorni fa la notizia che il
tribunale di Messina ha deciso di rinviare gli atti alla Consulta dubitando della costituzionalità dell’Italicum.
Besostri è stato anche in lizza per la Corte Costituzionale nell’ultima tornata di votazioni da parte del Parlamento in seduta comune.
Fonte: Ansa
Milano. Besostri disponibile a candidarsi a sindaco

martedì 16 febbraio 2016

Perché il socialismo?di Albert Einstein



E' prudente per chi non sia esperto in materia economica e sociale esprimere opinioni sul problema del socialismo? Per un complesso di ragioni penso di sì.

Consideriamo dapprima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano essenziali differenze di metodo tra l'astronomia e l'economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi generalmente accettabili per un gruppo circoscritto di fenomeni, allo scopo di rendere il più possibile comprensibili le connessioni tra questi stessi fenomeni. Ma in realtà tali differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che i fenomeni economici risultano spesso influenzati da molti fattori difficilmente valutabili separatamente. Inoltre l'esperienza accumulata dal principio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come ben si sa, largamente influenzata e limitata da cause che non sono di natura esclusivamente economica.

Molti dei maggiori Stati, per esempio, dovettero la loro esistenza a conquiste. I conquistatori si stabilirono, giuridicamente ed economicamente, come classe privilegiata nel Paese conquistato. Essi si presero il monopolio della proprietà terriera e formarono un sacerdozio con uomini della loro classe. I preti, avendo il controllo dell'educazione, trasformarono la divisione in classi della società in un'istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale, da allora in poi, il popolo si lasciò in gran parte inconsciamente guidare nella sua condotta sociale.

Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri; oggi noi abbiamo realmente superato quella che Thorstein Veblen chiamò la "fase predatoria" dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che noi possiamo ricavare non sono applicabili alle altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è precisamente di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nelle sue attuali condizioni può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.

In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza, viceversa, non può creare fini, e ancormeno imporli agli esseri umani; essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini. Questi sono concepiti da persone con alti ideali etici e se essi non sono sterili, ma vitali e forti, sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell'umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.
Per queste ragioni, noi dovremmo guardarci dal sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo presumere che gli esperti siano i soli che hanno il diritto di esprimersi su questioni che concernono l'organizzazione della società.

Da un po' di tempo innumerevoli voci asseriscono che la società sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristica di questa situazione è che gli individui si sentano indifferenti e persino ostili al gruppo, sia esso grande o piccolo, cui appartengono. Per illuminare questo concetto, ricorderò un'esperienza personale. Recentemente discutevo con un uomo intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, porterebbe gravi danni all'esistenza del genere umano, e facevo notare che solo un'organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza mi disse: "Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?". lo sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto con tanta leggerezza una dichiarazione di questo genere. E' la dichiarazione di un uomo che si è sforzato di raggiungere il suo equilibrio interno e ha più o meno perduto la speranza di riuscirvi. E' l'espressione di una penosa solitudine e di un isolamento di cui molti soffrono. Quale ne è il motivo? C'è una via d'uscita?

E' facile sollevare queste questioni, ma difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Tenterò tuttavia, come meglio posso, sebbene sappia che i nostri sentimenti e i nostri sforzi siano spesso contradditori e oscuri e non possano essere espressi in formule semplici e chiare.
L'uomo è, nello stesso tempo, un essere solitario e sociale. Come essere solitario, egli tenta di proteggere la sua esistenza e quella di coloro che gli sono vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue innate capacità. Come essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l'affetto degli altri esseri umani, di partecipare alle loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita.

Solo l'esistenza di questi vari e spesso contradditori sforzi dà ragione del particolare carattere di un uomo, e le loro speciali combinazioni determinano in quale grado un individuo possa raggiungere un equilibrio profondo e contribuire al benessere della società. E' possibile che la relativa forza di questi due indirizzi sia in gran parte determinata dall'eredità. Ma la personalità che emerge alla fine è largamente formata dall'ambiente nel quale accade che l'uomo si trovi durante il suo sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalle tradizioni di quella società e dal suo giudizio sui particolari tipi di comportamento. L'astratto concetto di "società" significa per l'essere umano individuale la somma totale dei suoi rapporti diretti e indiretti con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle precedenti generazioni.

L'individuo è in grado di pensare, sentire, lottare e lavorare da solo; ma è tale la sua dipendenza dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo fuori dalla struttura della società. E' la "società" che provvede l'uomo del cibo, dei vestiti, della casa, degli strumenti di lavoro, della lingua, delle forme di pensiero e della maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini, passati e presenti, che si nascondono dietro la piccola parola "società".

E' evidente perciò che la dipendenza dell'individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito; proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l'intero processo della vita delle formiche e delle api è fissato fin nei più piccoli dettagli dai rigidi istinti ereditari, il modello sociale e le relazioni tra gli esseri sociali sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di nuove combinazioni, il dono della comunicazione verbale hanno reso possibili tra gli essere umani sviluppi che non sono dettati da necessità fisiologiche. Tali sviluppi si manifestano in tradizioni, istituzioni e organizzazioni, nella letteratura, nel perfezionamento scientifico e costruttivo, in opere d'arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l'uomo possa influenzare la propria vita con la sua condotta, e che in quel processo possano avere una parte il pensiero e la volontà consapevoli.

L'uomo acquista dalla nascita, per eredità, una costituzione biologica che dobbiamo considerare inalterabile e fissa, che contiene gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della sua vita, egli acquista un abito culturale che riceve dalla società per mezzo di un complesso di rapporti e di molte altre specie di influenze. Questo abito culturale, col passare del tempo, è soggetto a mutamento e determina in grado molto elevato le relazioni tra l'individuo e la società. Su questo possono poggiare le loro speranze coloro che lottano per migliorare il destino dell'uomo; gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, ad annientarsi l'un l'altro o a essere alla mercé di un destino crudele.

Se ci domandiamo come la struttura della società e l'atteggiamento culturale dell'uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere la vita umana quanto più possibile soddisfacente, dobbiamo essere costantemente consci che vi sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come ho già detto, la natura biologica dell'uomo non è soggetta a mutamenti, almeno praticamente. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili e di densità relativamente elevata, con i beni indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessari un'estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo altamente centralizzato. Il tempo, ai nostri occhi così idillico, in cui gli individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti, è passato per sempre. E' appena una lieve esagerazione affermare che il genere umano costituisce fin d'ora una comunità planetaria di produzione e di consumo.

Eccomi giunto al punto in cui mi è possibile indicare brevemente che cosa per me costituisca l'essenza della crisi del nostro tempo. L'individuo è divenuto più che mai consapevole della sua dipendenza dalla società. Questa dipendenza però egli non la sente come positiva, come un legame organico, come un fatto produttivo, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali o anche alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vanno costantemente aumentando, mentre i suoi impulsi sociali, che sono per natura più deboli, vengono di mano in mano deteriorandosi. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, sono danneggiati da questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egoismo, essi si sentono malsicuri, soli e privi dell'ingenua, semplice e non sofisticata gioia della vita. L'uomo può trovare un significato alla vita, breve e pericolosa com'è, solo votandosi alla società.

L'anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un'enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Sotto questo punto di vista è importante comprendere che i mezzi di produzione -vale a dire tutta la capacità produttiva che è necessaria sia per produrre beni di consumo quanto per produrre capitale addizionale- può essere legalmente, e per la maggior parte dei casi è, proprietà dei singoli individui.

Per semplicità, nella discussione che segue, io chiamerò "lavoratori" tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda all'uso abituale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comperare il potere-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuove merci che divengono proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e la misura in cui viene pagato, misurando entrambe le cose in termini di valore reale. Dal momento che il contratto di lavoro è "libero", ciò che il lavoratore percepisce è determinato non dal valore delle merci che produce, ma dalle sue esigenze minime e dalla richiesta capitalistica di potere-lavoro, in relazione al numero dei lavoratori che sono in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. E' importante comprendere che anche in teoria il pagamento del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.

Il capitale privato tende a essere concentrato nelle mani di una minoranza, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte per il fatto che lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro incoraggiano la formazione di più larghe unità di produzione a spese delle più piccole. Il risultato di questo sviluppo è un'oligarchia del capitale privato, il cui enorme potere non può essere effettivamente arrestato nemmeno da una società politica democraticamente organizzata. Ciò è vero dal momento che i membri dei corpi legislativi sono scelti dai partiti politici, largamente finanziati o altrimenti influenzati dai privati capitalisti che, a tutti gli effetti pratici, separano l'elettorato dalla legislatura.

La conseguenza si è che di fatto i rappresentanti del popolo non proteggono sufficientemente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti d'informazione (stampa, radio, insegnamento). E' così estremamente difficile, e in realtà nella maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il cittadino privato giunga a oggettive conclusioni e a fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.

La dominante in un'economia fondata sulla proprietà privata del capitale è caratterizzata da due principi basilari: primo i mezzi di produzione (il capitale) sono posseduti da privati e i proprietari ne dispongono come meglio credono; secondo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente una società capitalistica pura, in questo senso non esiste. In particolare si dovrebbe notare che i lavoratori, attraverso lunghe e dure lotte politiche, sono riusciti ad assicurare per certe loro categorie una forma alquanto migliorata di "libero contratto di lavoro". Ma, presa nell'insieme, l'economia odierna non differisce dal "puro" capitalismo.

Si produce per il profitto, non già per l'uso. Non esiste alcun provvedimento per garantire che tutti coloro che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego; un "esercito di disoccupati" esiste quasi in permanenza. Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego. Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso, la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno. Il progresso tecnico spesso si risolve in una maggiore disoccupazione, piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti. Il movente dell'utile, insieme con la concorrenza tra i capitalisti, è responsabile dell'instabilità nell'accumulazione e nell'utilizzazione del capitale, destinata a portare a crisi sempre più gravi. Una concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui cui ho prima accennato.

Questo avvilimento dell'individuo io lo considero il maggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo ne è danneggiato. Un'attitudine competitiva esagerata viene inculcata allo studente, così condotto, come preparazione alla sua futura carriera, ad adorare il successo.

Sono convinto che vi sia un solo modo per eliminare questi gravi mali: la creazione di una economia socialista, accompagnata da un sistema educativo volto a fini sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono di proprietà della società e vengono utilizzati secondo un piano. Un'economia pianificata che adatti la produzione alle necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro tra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino.

L'educazione dell'individuo, oltre che incoraggiare le sue innate qualità, dovrebbe proporsi di sviluppare il senso di responsabilità verso i suoi simili, invece dell'esaltazione del potere e del successo che è praticata dalla nostra attuale società.

E' tuttavia necessario ricordare che un'economia pianificata non è ancora socialismo. Un'economia pianificata come questa può essere accompagnata dal completo asservimento dell'individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi politico-sociali estremamente difficili: come è possibile in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia divenga potente e prepotente? Come possono essere protetti i diritti dell'individuo ed essere con ciò assicurato un contrappeso democratico alla potenza della burocrazia?

Albert Einstein (da Monthly Review, New York, maggio 1949)